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Cronaca
24.04.20 - 16:420
Aggiornamento : 17:27

"Sono stati intimati provvedimenti immediati in due case anziani, ne stiamo monitorando cinque"

I decessi in casa anziani sono 136. È stato illustrato come ci si è organizzato nelle strutture che li ospitano: "29 istituti sono stati toccati dal virus, 39 no. Il motivo? Probabilmente fortuna"

BELLINZONA - Nuovo appuntamento informativo per quanto concerne il Coronavirus, dedicata in particolar modo al tema degli anziani: presenti Raffaele De Rosa, Direttore del Dipartimento della sanità e della socialità, Giorgio Merlani, Medico cantonale, Fabio Maestrini, Direttore Istituti sociali Chiasso e rappresentante ADiCASI, Franco Tanzi, Medico geriatra e coordinatore gruppo di lavoro case anziani SMCC. 

De Rosa: "136 decessi in casa anziani, interventi in due strutture"

"Sono trascorsi due mesi dal primo paziente trovato positivo a Covid in Ticino, era il 25 febbraio. Abbiamo fatto squadra, come comunità, per riuscire a togliere vitalità al virus. Ci siamo fermati per schiacciare la curva dei contagi per permettere alle strutture ospedaliere di prendersi cura dei pazienti. La prima ondata è passata, il sistema socio-sanitario ha saputo farvi fronte, mostrando impegno e competenza. Abbiamo chiesto a tutti sacrifici, sapendo di mettervi sotto pressione psicologicamente ed emotivamente".

"È ancora più dura per le persone più fragili e i loro cari. Loro devono affrontare una situazione difficile. Stiamo tenendo tutti duro, mantenere certe distanze è dura. Ci richiede una resilienza che non sapevamo di avere. La solitudine, già troppo presente prima, può ora diventare opprimente, malattie e demenze possono prendere più forza, il morale si abbassa e la salute peggiora".

"136 decessi sono avvenuti in case per anziani, che sono strutture medicalizzate ma soprattutto case, le stanze dei degenti sono la loro casa, coi suoi ricordi. Sono vere case, dove l'ospite arriva in età avanzata e con fragilità. Si tiene conto dei suoi bisogni e della sua personalità per prendersene cura nel miglior modo. Di solito è un luogo aperto, con la vita in comune per gli ospiti, con attività organizzate da personale e volontari che diffondono calore umano, sensibilità e allegria che aiutano gli anziani a migliorare il loro benessere psicofisico. Questo per mantenere e ricostruire una rete sociale che combatta la solitudine e il lasciarsi andare che ne deriva. Permette anche uno scambio con l'esterno, non solo con familiari e conoscenti ma anche con altri, pensiamo alle case anziani dove sono stati aperti gli sportelli spaziali. In questi anni ho imparato a conoscere e apprezzare questo luogo di umanità e attenzione per gli anziani. Gli ospiti non vengono dimenticati ma curati e accuditi come fossero persone care. Il Covid non è in grado, seppur subdolo, di far vacillare l'inclusività della società".

"Nel volgere di pochi giorni la normalità anche degli anziani è stata stravolta. Sappiamo che sono la fascia più a rischio e l'autorità sanitaria si è attivata per limitare i contagi. Vietare le visite, creare reparti Covid, mettere le maschere ha un impatto fortissimo psicologico per gli ospiti, e ne siamo consapevoli. Dobbiamo tutelare loro e chi lavora in questi istituti".

"Il decesso di un ospite in casa anziani è toccante per la famiglia ma coinvolge emotivamente anche gli altri ospiti, i collaboratori e i dirigenti dell'istituto. Quando leggiamo le cifre pensiamo a ciascun malato e alla sua cerchia di affetti con solidarietà e vicinanza. Abbiamo preso a cuore e sul serio la situazione, il Medico Cantonale e ADiCASI stanno danno il maggior sostegno possibile. Su 68 istituti abbiamo 39 case anziani che non hanno mai avuto casi, mentre 29 ne sono state toccate: il supporto è garantito per tutti. L'Ufficio del Medico Cantonale sta monitorando 5 strutture, in 2 ha intimato dei provvedimenti immediati. Sta svolgendo ulteriori verifiche e approfondimenti per capire come mai i numeri sono saliti così tanti e per chiedere chiarezza, necessaria anche per un'esperienza futuro. Ritrovare la normalità è fondamentale anche per gli anziani, le famiglie e i collaboratori. Dobbiamo ragionare su forme di contatto in sicurezza, magari sfruttando i giardini, dove si possono tenere le distanze".

"Esprimo un sentito grazie agli anziani che ci insegnano quanto la vita sia un dono prezioso, quanto la morte vi faccia parte e quanto l'esperienza sia fondamentale. Cito Papa Francesco, che elogiando le persone anziane ha detto che sono una presenza fondamentale, perchè la loro esperienza costituisce un tesoro prezioso fondamentale per guardare al futuro con speranza. La loro saggezza può aiutare i giovani sostenendoli nel cammino verso un futuro migliore".

Merlani: "Virus in alcune case anziani e in altre no? Fortuna"

"Per noi la crisi è cominciata il 22 gennaio, coi primi segnali dalla Cina che i focolai non fossero sotto controllo. Convocammo per il 27 gennaio alcuni professionisti della salute con cui cominciare a discutere la problematica. Tra le altre cose, avevamo fortunatamente avuto l'intuizione di chiedere a tutte le strutture acute e subacute la fornitura di materiale, dandoci un mese di tempo per essere pronti. Il 25 febbraio c'è stato il primo caso, il 27 febbraio c'era stata la prima riunione con ADiCASI. La prima direttiva emessa è stata il 6 marzo, invitava le case per anziani a prestare particolare attenzione al personale, dando l'indicazione sui sintomi sospetti, e a una disciplina rigorosa di visite. Solo tre giorni dopo ho deciso prendere una delle mie decisioni più difficili, il divieto di entrata in casa anziani di parenti ma anche fisioterapisti, volontari eccetera".

"La casa anziani è un luogo di vita, diverso rispetto a un ospedale. L'anziano ha una stanza, dove ha contatti coi suoi vicini di stanza, con altri ospiti, con loro mangia. È un fattore di rischio, le più grandi catene di trasmissione sono all'interno delle case, con scambi e promiscuità. Malgrado le misure messe in atto, il virus è entrato in alcune case. Perchè alcune sì e altre no? Io penso che sia in relazione essenzialmente alla fortuna. In alcune probabilmente quando ancora non c'erano le chiusure, ci sono stati dei casi di persone asintomatiche che hanno contribuito alla diffusione. La fragilità degli anziani ha fatto sì che avvenissero i decessi di cui abbiamo parlato".

"Appena abbiamo avuto i primi casi siamo stati in contatto sempre con le strutture per capire che misure si potevano mettere in atto. Dove c'è stata una particolare diffusione abbiamo creato dei reparti Covid, ovvero una parte dell'istituto fisicamente separato dal resto della casa, con un personale dedicato, come si fa in ospedale. Si è discusso abbastanza dell'idea di poter fare della case Covid e delle case non Covid, i problemi sono stati a nostro avviso superiori alle soluzioni, perchè il rischio che il virus entri è sempre presente e perchè non parliamo di un paziente che va in ospedale, per gli anziani che vivono in casa anziani spostarli sarebbe stato un trauma. Abbiamo introdotto quindi quello che chiamiamo un diario di bordo, dove la casa stessa, prima referente e responsabile della gestione dei residenti, monitora attentamente i casi all'interno della propria struttura. Riceviamo ogni tre giorni da ogni casa quanti ospiti, in quale stanza, di che età, di che sesso, ha mostrato quando e quale sintomo legato al Covid, oltre a stato alterato della coscienza e agitazione. Questo ci ha permesso di avere campanelli d'allarme, quando sono presenti la casa deve chiedersi se non son pazienti da testare. Sappiamo dunque quando sono stati fatti i tamponi, quanti sono i risultati negativi e positivi".

"Da lontano possiamo controllare e verificare, come Ufficio del Medico Cantonale, quanto succede nelle case, che sono le prime a essere interessate a gestire il tutto al meglio. Per esempio, abbiamo recensito 911 persone con sintomi che erano sospetti, 441 positivi al tampone e 361 negativi, 92 non sono stati sottoposti al tampone, perchè erano deceduti prima del risultato o perchè non c'erano tamponi. Così abbiamo seguito da vicino l'evoluzione. Il decesso non è l'unico parametro, per noi è importante capire se la casa riesce a soffocare la diffusione dei casi. A seconda di quel che vediamo accompagniamo le strutture più come responsabili. Quando vediamo che le cose non vanno come devono interveniamo. Abbiamo visitato 14 case, anche per aiutarli a gestire i focolai. Di nuovo, a volte ci capita di dover intervenire come organo di vigilanza e in alcuni casi abbiamo dovuto intervenire non solo come consulente ma richiamando anche su certe norme. In due casi abbiamo dovuto intimare dei provvedimenti. Non chiedetemi quali sono le casi, c'è un segreto d'ufficio e l'interesse pubblico non è più importante della serenità nella casa. Se servirà ci saranno sanzioni".

Tanzi: "Ogni decisione è personalizzata"

"Sono entrato nel grande sistema di controllo della pandemia l'8 marzo, cercavano qualcuno che poteva coordinare i medici. Non esiste un'associazione che faccia da cappello per medici e direttori di case anziani, mi sono messo a disposizione, oltretutto lavoro parzialmente alla Moncucco. Mi sono attivato con La Carità, con l'area medica dell'EOC e con l'ADiCASI. Mi hanno subito sostenuto sia medici che direttori delle case anziani. Una delle nostre dottoresse, che lavora in una casa anziani del Mendrisiotto si è ammalata ed è stata assente a lungo, mi ha detto 'finalmente torno anch'io'. Ho compattato il gruppo. Le case anziani sotto la lente di ADiCASI hanno una media di 85 anni, quasi la metà ha disturbi cognitivi e del comportamenti. Abbiamo 5'500 persone che lavorano. Sono persone a rischio, anziane, fragili, vivono ravvicinate una dall'altra, non sono in grado di mantenere la disciplina sulle distanze. Spendo una parola dei medici, che si occupano anche dell'ambiente di vita, delle attività residue, della stimolazione, hanno un compito di promozione della vita".

"Non dovevamo far mancare nulla alle case anziani. Abbiamo messo in atto tre obiettivi: informare e preparare i medici, per dare una formazione uniforme, promuovere un supplemento di vicinanza e condivisione in tutta l'equipe curante sapendo che gli ospiti non avrebbero potuto godere della vicinanza dei parenti, poi garantire la disponibilità in tutte le case anziani degli strumenti per far fronte alla epidemia. Abbiamo anche uniformato le cure pagliative, che spesso vengono associate alla fin di vita, sono terapia curative, che aiutano a curare disturbi che portano allo sfinimento del paziente, a partire dal respiro affannoso e dalla tosse. Ci siamo anche detti che avremmo dovuto prevedere dei reparti Covid, separati per limitare il contagio e per favorire abitudini regolari per il personale. Ho appreso che circa 3/4 delle case anziani hanno messo a disposizione questi reparti".

"Abbiamo richiesto di rispettare le norme e di proteggere il personale, chiedendo attenzione anche nel tempo libero, con i dispositivi di protezione che avevamo a disposizione (mascherine, guanti, camici, occhiali). Abbiamo usato il tampone nasale: negli anziani qualsiasi aggressione che venga dall'esterno può portare a disequilibrare l'organismo che va a manifestarsi con sintomi che non sono solo quelli conosciuti, ma anche per esempio confusione, diarrea, comportamento alterato. Bastava il sospetto per isolarli".

"Abbiamo richiamato la formazione del personale infermieristico nella cura dei malati gravi. La maggior parte di chi lavora ha un passato ospedaliero, abbiamo richiamato le informazioni aggiungendo quel che ci interessava, ovvero il controllo della frequenza respiratoria e della saturazione dell'ossigeno. Poi c'era la scelta del setting di cura: ospedalizzare o no? Il residente di casa anziani deve beneficiare della miglior opzione terapeutica possibile. Bisogna tener conto della situazione clinica del momento, del suo passato medico, della sua volontà: da qui si arriva a una conclusione condivisa dal personale curante e dai familiari. La decisione è sempre personalizzata, in età avanzata non esistono linee di cura rigide. Il medico curante può contare sulla collaborazione del direttore sanitario e se serve della consulenza di due periti interni. In casa anziani si può praticare una medicina di alto livello ma non si possono usare cure invasive. Esse per gli anziani possono sfociare nell'accanimento terapeutico quando la possibilità di guarire è poca e portarli in ospedali può generare maggiore sofferenza, calcoliamo che non avrebbero avuto il personale di casa anziani e i familiari".

"Vi sono dei grandi anziani che contraggono la malattia e restano asintomatici. Il 40% dei soggetti positivi al test del tampone erano asintomatici. La pandemia ha modificato radicalmente anche il modo di lavorare in casa anziani, coi pazienti e tra colleghi. Ci ha uniti in un'attività che ha risvegliato lo slancio iniziale per cui si è scelta questa professione".

Maestrini: "Case anziane luoghi di vita"

"Il mondo delle case anziani è molto variegato e complesso. È stato sin da subito però fondamentale avere un ente che fungesse da punto di riferimento sulle domande che si poneva. Come ADiCASI abbiamo attivato una cellula di crisi, 7 giorni su 7, 24 ore su 24, dove qualsiasi struttura potesse rivolgersi. Tutte le informazioni dei Medico Cantonale o del Farmacista Cantonale passano e passeranno sempre attraverso ADiCASI. Le domande sono state tante, dai reparti Covid alle misure di protezione, da come gestire i medici di famiglia all'accesso alle visite, tasto delicato. Le case anziani sono luogo di vita, i residenti sono stati abituati sin dall'inizio a poter ricevere visite, capirete che improvvisamente chiudersi è stato un trauma e a distanza di quasi due mesi, al di là di una scelta difficile e impopolare, c'è stata la massima comprensione. Le nostre strutture hanno informato e informano regolarmente le famiglie e si è capito che la misura serviva per tutelare la parte più fragile, ovvero gli anziani. Con 85,4 anni di età media si parla dei più fragili fra i fragili, con quarta età, reparti di cure palliative, di psicogeriatria e potrei citarne altre. Potrebbero essere definite come case di lungodegenza, con residenti più o meno anziani".

"Il primo documento era di 4 pagine, ora supera le 20. Ci sono anche raccomandazioni, consigli, che le strutture possono introdurre o meno. La situazione, e penso alla mia situazione come direttore, era in costante e repentina evoluzione. Il giorno precedente il primo decesso, avvenuto da noi a Chiasso, stavamo girando un servizio per Falò. Tra lunedì e giovedì sera l'abbiamo modificato tre volte, volevo quasi chiedere di farlo in diretta, cambiava tutto talmente diverso che quel che si filmava dopo tre ore non era più valido. Ci siamo dovuti confrontare con un'evoluzione di fatti, azioni, momenti difficili, in costante cambiamento".

"In questa realtà dove le case per anziani si sono trasformate in strutture ospedaliere, usando un termine ambizioso, quel che abbiamo voluto era mantenere la casa anziani come luogo di visite, pur senza visite. Chiuderci verso l'esterno ci ha messo in una condizione diversa, abbiamo cercato di essere un luogo di vita seguendo le disposizioni. Una percentuale importantissima di residenti hanno un deficit cognitivo, non è evidente spiegare qual è l'importanza delle norme di protezione o perchè i loro familiari non possono venire. I familiari sono una presenza costante e quotidiana, spiegare a chi ha un deficit cognitivo che non avrebbero potuto vederli per un po' è stato difficilissimo. Ci siamo presi l'impegno di far passare l'informazione ai familiari, abbiamo chiesto di riscoprire anche il bello di scrivere una lettera o di un disegno inviato dai bambini. Abbiamo attivato le videochiamate, qualcuno ha inserito la camera di ascolto, la stanza del saluto, ora c'è chi all'esterno inizia a offrire la possibilità di rivedersi. Un elemento fondamentale è stato il nostro personale, che ringrazio".

Merlani: "In 5 case ci sono ancora focolai"

"Le case che hanno ancora focolai sono 5. Guardiamo il numero di casi e il tempo che passa da uno all'altro, valutando se c'è ancora una trasmissione. Da qui risulta che in tre strutture c'è ancora presenza di casi attivi e recenti, con trasmissione all'interno della struttura, e due con focolai in via di risoluzione. Due hanno avuto dei provvedimenti". 

"Riapertura alle visite? Sarà una decisione difficilissima. C'è chi magari ha un'aspettativa di vita bassa e rischierebbe la vita per riabbracciare il nipotino ma porterebbe il virus ancora all'interno. Ci sono comunque le videochiamate che qualcosa portano, ci sono i luoghi di incontro separate. Stiamo cercando di trovare soluzioni, magari bardando quasi come infermieri i parenti, perchè l'assenza dei familiari influisce sulla vitalità degli anziani".

"Chi lavora nelle case anziani ha contatti sociali in una vita oltre il lavoro, chiunque si può infettare. Si dovrebbe testare tutti ogni giorno, ma non è possibile. Quel che non si sapeva era il tasso degli asintomatici, negli anziani e forse nelle persone di mezza età".

"Segnalazioni al Ministero Pubblico dei due casi? Vedremo, se ci saranno indizi concreti non si esclude. Non è che tanti morti vogliono dire che si è fatto un disastro, il punto centrale è l'atto illecito all'inizio. Se qualcuno non ha seguito le direttive del Medico Cantonale, quelle internazionali, se c'è poi un collegamento con casi concreti non escludo a priori. Stiamo accertando, non faremo comunque pubblicità".

"Le criticità meritano approfondimento in merito di gestione, di reazione e di valutazione". 

"Non sappiamo quando potremo aprire i centri diurni, dobbiamo valutare l'epidemia. È prudente fare i passi uno alla volta, vedendo gli impatti delle varie misure ed anche la stagionalità".

"Disinfettare le strade? Non mi risulta che nessun paese lo faccia, non ci sono raccomandazioni in merito. Il problema sono le mani, se le strade sono infettate e si toccano le scarpe ma poi ci si lava le mani il problema è risolto".

Tanzi: "104 operatori sanitari positivi"

"ADiCASI mi ha fornito questi dati: 169 operatori sanitari di case anziani con sintomi sono stati testati, di questi 104 sono risultati positivi, più del 60%. L'1,8% di tutti gli operatori è stato toccato dalla malattia. Negli ospedali i dati oscillano tra l'1% e il 2%".

"Complessivamente le case per anziani anno inviato 29 pazienti in ospedale. La decisione, che a volte può essere davvero difficile, è stata sempre presa condividendola con i familiari, con il personale curante, con il medico sanitario della casa. C'erano anche delle consulenze esterne, come detto. In genere non abbiamo riscontrato problemi. Una famiglia ha fatto pressione per far mandare un'anziana in ospedale e dopo due giorni è stata rimandata in casa anziani perchè le cure erano adeguate".

"I reparti vanno pensati anche per eventuali altre pandemie. Se viene costruita un'altra casa anziani, dobbiamo prevedere degli spazi comuni come mensa e fisioterapia che possano essere adattati come luoghi dove isolare i malati".

 

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