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08.09.21 - 14:290

L'MPS all'attacco: "Salari minimi, fatta la legge fatto l'inganno. E il sindacato 'leghista'..."

Il coordinatore Giuseppe Sergi prende posizione sulla vicenda delle aziende che, per non dover sottostare ai minimi salariali, stanno introducendo CCL con stipendi più bassi di quello che sarebbe il limite in vigore da dicembre

di Giuseppe Sergi*

Abbiamo avuto, fin dalla sua presentazione, forti dubbi sull’iniziativa dei Verdi “Salviamo il lavoro in Ticino”, meglio conosciuta come l’iniziativa per introdurre un salario minimo legale. Che l’iniziativa abbia ottenuto una chiara maggioranza non ha certo fatto sparire i nostri dubbi. Le nostre obiezioni erano e sono sostanzialmente due.

Il primo è legato alla formulazione dell’iniziativa stessa: essa non prevedeva nel testo approvato alcun salario minimo, demandando questo al Parlamento. La seconda, intimamente legata alla prima visto il contesto politico e i rapporti forza parlamentari nei quali l’elaborazione della legge di applicazione dell’iniziativa sarebbero avvenute, la fissazione di un salario minimo a livelli troppo bassi avrebbe potuto avere una dinamica negativa sul sistema salariale nel suo complesso; potrebbe cioè spingere verso il basso (cioè verso il livello minimo fissato per legge) gli attuali salari, spesso risultato di una congiuntura diversa o di carriere prolungate. In questa prospettiva, come abbiamo detto fin dall’inizio, questo tipo di salario minimo legale non rappresenta uno strumento di lotta contro il dumping, ma un vero e proprio strumento di dumping proprio nella misura in cui spinge verso il basso tutto il sistema salariale. Notiamo che i livelli salariali estremamente bassi fissati nella legge (che entrerà in vigore con il prossimo 1° gennaio) confermano questa nostra tesi.

La legge contiene poi altri limiti importanti: a cominciare da quello di non fissare un salario minimo base, ma una serie di salari minimi legati ai settori. Ma, tra tutti questi limiti ve ne è un altro assai importante e decisivo, negativamente: il fatto di poter derogare ai salari minimi fissati legalmente in presenza di un contratto collettivo di lavoro (CCL).

Fatta la legge…fatto l’inganno

Questa possibilità di deroga apre scappatoie importanti ai datori di lavoro. Si tratta di una concessione che può essere esercitata sia attraverso un CCL di carattere nazionale (che potrebbe prevedere per il nostro Cantone salari più bassi dei minimi salariali legali), sia con contratti di carattere cantonale o, ancora di più, quelli di carattere aziendale.

Alludiamo qui alla lettera i) della legge che prevede che si possa derogare ai salari fissati dalla legge nei casi di “rapporti di lavoro per i quali è in vigore un contratto collettivo di lavoro di obbligatorietà generale o che fissa un salario minimo obbligatorio”. Ed è quanto sta succedendo in alcune aziende industriali che, non inserite in contratti collettivi di lavoro nazionali o cantonali, stipulano contratti aziendali nei quali possono fissare salari assai bassi. Aziende come la Plastifil, la Ligo Electric o la Cebi (tutte attive nel Mendrisiotto) si sono già orientate in questa direzione, obbligando di fatto i lavoratori a sottoscrivere l’adesione a questo contratto collettivo derogante.

La Lega al servizio del dumping...buon sangue non mente

A farsi attivo promotore di questo aggiramento programmato del salario minimo legale è il “sindacato” leghista TiSIn che, di recente, ha prenotato e fatto firmare alcuni contratti aziendali che, di fronte ad un salario minimo legale, attorno ai 3'200 franchi, prevede salari minimi al di sotto, e di parecchio, dei 3'000 franchi. TiSin, presieduto dall’ex-vicesegretario cantonale dell’OCST, Nando Ceruso, vede alla vicepresidenza la deputata leghista Sabrina Aldi (quella che alle trasmissioni televisive dice che i salari sono troppo bassi) e Boris Bignasca quale influente membro del Comitato direttivo.

Eccoli qua, quelli che vogliono difendere i “nostri”, che si sciacquano la bocca con la difesa delle condizioni di vita della “gente”; eccoli artefici di contratti collettivi di lavoro a 2'700/2'800 franchi mensili e per 12 mensilità – cioè in tutto poco più di 32'000 franchi all’anno. Questi contratti, che contengono anche una indennità di residenza (che verrebbe versata solo ai residenti) sono in netta continuità con il pensiero del fondatore della Lega Giuliano Bignasca, vero e proprio teorico del dumping salariale. Come tutti ricorderanno Bignasca aveva teorizzata addirittura l’introduzione di due tipi di salario: quello per i residenti e quello per i frontalieri.

Con questo tipo di accordi salariali si va proprio in questa direzione, visto che in queste imprese sono attivi in grandissima parte lavoratori frontalieri.

Chi è causa del suo mal…

Ora, lo abbiamo sentito negli scorsi giorni, vi sono le proteste di altri sindacati (OCST, UNIA) tagliati fuori da questi accordi “sindacali”, conclusi con la benevolenza della parte padronale. Vedere un Fonio che si lamenta di questa situazione non può che far sorridere, ricordando con quale impegno ha difeso la legge sul salario minimo, malgrado avesse tutti i difetti che abbiamo elencato all’inizio. E quanto sta succedendo mostra anche la debolezza strutturale del sindacalismo nostrano (così come di quello nazionale) a livello della presenza nelle imprese, in particolare quelle del settore industriale. Una presenza ormai scarsa sia dal punto di vista quantitativo sia da quello qualitativo, con una capacità quasi nulla di essere presente nelle aziende in modo organizzato per contrastare l’iniziativa padronale e quella di coloro che questa iniziativa la vogliono sostenere, come è il caso del “sindacato” leghista. Sono poi ridicoli anche i commenti delle differenti parti politiche che si dicono “sorprese” per la piega che sta prendendo la cosa. Certo, qualcuno aveva attirato la pericolosità di quella norma derogante in occasione del dibattito parlamentare: ma poi, alla fine e come sempre, l’avevano votata, chiudendo di fatto gli occhi su quello che sarebbe potuto succedere e che ora sta succedendo.

Intanto, in attesa di una reazione sindacale che spinga i lavoratori a rifiutare questi accordi, l’MPS, attraverso i suoi rappresentanti in Gran Consiglio, ha già depositato un’iniziativa parlamentare che propone di abrogare la lettera i) dell’art. 3 della Legge. Un piccolo cerotto su una Legge inaccettabile che nei prossimi anni, giorno dopo giorno, riserverà ai salariati di questo cantone amare sorprese.

*coordinatore MPS

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