ticinolibero
Oblò
24.08.22 - 15:460
 

Quando Bellaria era sinonimo di mare

"La giornata era scandita da ritmi e riti sempre uguali. Gli adulti sotto l'ombrellone e i bambini con secchiello e paletta..."

*Di Eugenio Jelmini

Nino Motta è lo pseudonimo con cui Paolo Di Stefano, giornalista e scrittore cresciuto a Lugano, pubblica “gialli sui generis” ambientati in Sicilia con protagonista una filologa che si trasforma in detective. Ho appena letto “Ragazze troppo curiose” l’ho trovato gradevole ma se ne parlo qui è per un aspetto marginale, la descrizione della fauna che popola le italiche spiagge del terzo millennio.

"Andava molto, nella stagione in corso, il simil perizoma maschile a prescindere dalle taglie, dalla consistenza dei contenuti e dall’età del portatore. Andavano inoltre, come sempre, i tatuaggi dalle fantasie più scatenate, neotribali, neogotiche, neoliberty, neoestetiche, neoclassiche, neocyber, neoromantiche.” “Un neocitrullo quarantenne, integralmente tatuato a tappeto con pettorali alla neoTarzan ciondolava dietro il neofiglieletto in slalom tra gli ombrelloni mentre la neo compagna o moglie o fidanzata o amante inzuppata d’olio stava distesa sulla pancia a prendere il sole a gambe larghe con il comprensibile obiettivo di abbronzarsi anche nel più interno dell’interno coscia”. Questo ritratto assieme alle news con risse sulle spiagge del Salento, paura a passeggiare dopo le 18 sul lungomare di Riccione e sballo di migliaia di giovani in Costa Brava tra gare di sesso filmate e condivise, mi hanno portato a riandare col ricordo alle prime esperienze balneari. Siamo alla fine degli anni Cinquanta.

Terminata la scuola ed esaurito il rito dei corsi di nuoto alla piscina comunale si partiva per il mare che era sinonimo di Adriatico anzi di Bellaria. Mio padre caricava di buon ora la famiglia sulla “1100” e si partiva. C’era già l’autostrada del Sole ma gli attraversamenti di Milano e Bologna risultavano ostici con il caldo che si faceva sentire e i finestrini rigorosamente abbassati (a manovella). La mèta era una pensione famigliare con prenotazione anno dopo anno in modo da poter reincontrare i signori di Brescia, Varese o Modena con i quali si era stretto amicizia.

Quello che oggi si chiama beach e ha nomi esotici non era altro che il “Bagno Angelo” o Giovanni, o Maria. La giornata era scandita da ritmi e riti sempre uguali. Adulti a chiacchierare sotto l’ombrellone e bambini con secchiello e paletta a costruire buche e castelli o piste per far correre palline di plastica con all’interno l’effige di un ciclista. Qui e là si sentiva il rumore delle palline che picchiavano sui tamburelli. Giravano i primi venditori italianissimi, progenitori dei vu’ cumpra’ e che proponevano ciambelle zuccherate. Di lì a qualche tempo sarebbe comparso anche l’omino del cocco, coccobellooo. I menu non erano molto variati, dominava la pastasciutta e l’unica trasgressione era il gelato serale con i primi juke-box che diffondevano i successi del momento: Tintarella di luna, Il tuo bacio è come un rock, Il cielo in una stanza.

Non ho memoria di creme solari anche se sui cartelloni pubblicitari fece la sua apparizione il cagnolino che morsicava il costumino della bimba e reclamizzava la Coppertone. Quanto ai costumi (da bagno) si faceva pian piano strada il due pezzi (a balconcino) mentre i maschi indossavano simil slip rigorosamente neri o blu. Mi fermo qui e a costo di diventare patetico ricordo cosa avrebbe chiosato mia madre: “però eravamo felici”.

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