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27.02.21 - 09:210
Aggiornamento : 04.03.21 - 11:13

L'urlo di un indipendente: "I piccoli dovranno abbandonare i loro sogni e andare a lavorare per grandi aziende o multinazionali"

Domenico Amodeo, designer indipendente, teme che andrà persa la cultura imprenditoriale. "Si tira la cinghia, si riducono le spese non vitali, si resiste, ma ci sono limiti fisiologici oltre cui si molla"

di Domenico Amodeo*

Quali sono gli effetti delle restrizioni, delle chiusure e dell’inadeguatezza delle misure di supporto economico per quegli imprenditori, indipendenti e PMI che lavorano in Svizzera? Io ne faccio parte, ma mi sono chiesto, essendo venuto a contatto con molte realtà simili alla mia, quale possa essere il futuro evolutivo di migliaia di professionisti, artisti, artigiani, piccoli imprenditori, che non fatturavano milioni, ma attraverso il loro lavoro potevano vivere in dignità e tranquillità.

Ora tutto ciò si è sgretolato tra le nostre mani come un bicchiere di sabbia.

Non entro nel merito delle strategie di contenimento della diffusione pandemica. Non ho le competenze per valutare o per proporre alternative.

Ma posso entrare nel merito degli effetti che tale strategia ha dimostrato avere sul tessuto economico e sociale, e in particolare della piccola e media impresa, e nel merito delle misure atte a supportare i professionisti, gli indipendenti e le PMI in questo contesto.

Le ordinanze restrittive e di chiusura di interi settori commerciali, e conseguentemente e indirettamente dei loro indotti di filiera, hanno impedito di fatto l’esercizio dell’attività di impresa. Era ed è ritenuto necessario e le imprese hanno risposto a tale strategia con il rispetto delle regole e delle imposizioni governative. Tali ordinanze restrittive e di chiusure vengono emesse in deroga al diritto d’impresa costituzionalmente sancito dall’ Art. 27 - “Libertà economica” e in virtù dell’Art.36 – “Limiti dei diritti fondamentali” che prevede in casi gravi le limitazioni attuate come in questo caso a causa di una situazione pandemica potenzialmente e fattivamente lesiva per l’intera popolazione e per il sistema in cui viviamo.

In un tale contesto vorrei qui enfatizzare come, nel contempo, gli “aiuti” predisposti in diverse modalità e con diversi canali di accesso siano anche un conseguente dovere istituzionale di indennizzo sulla base del diritto costituzionale dell’Art.12 “Diritto all’aiuto in situazione di bisogno” per colmare le perdite subite per causa maggiore dalle aziende e dai professionisti.

Gli strumenti di supporto economico sono stati messi in atto attraverso basi legali federali e ordinanze di attuazione.

Oggi, noi destinatari di questi strumenti di supporto, comprendiamo la vera efficacia e gli effetti di questi strumenti.

Perché i principi alla base della definizione dei criteri di diritto per tali chiamiamoli indennizzi di fatto escludono buona parte degli aventi diritto e per chi ne rientra, ottiene solo in parte le risorse per colmare i vuoti.

Non si comprende ad esempio perché viene ritenuto necessario aver subito almeno il 40% di perdite sul giro di affari per poter avere diritto ad un indennizzo, escludendo di fatto chi ha subito perdite inferiori. Perdere il 35% di fatturato è una cosa molto grave e seria e non dovuta a negligenza o a incapacità professionale o imprenditoriale, si badi bene, ma per causa di forza maggiore, ovvero come conseguenza diretta o indiretta delle chiusure e delle restrizioni, ancora oggi in atto.

Il concetto di modifica artificiosa su basi legali del contesto economico in cui operiamo dovrebbe rappresentare, nel buon senso, il riferimento per modulare i criteri di accesso al diritto di indennizzo. Il contesto socioeconomico in cui opera un’impresa è stato modificato artificialmente, non da una naturale evoluzione della domanda e dell'offerta, non dalle idee e dalle capacità imprenditoriali che contraddistinguono ogni singola impresa e ne determinano il successo o l’insuccesso, ma da imposizioni governative a livello federale e cantonale.

Il danno per le imprese, infine, non è solo di natura economica. Le imprese hanno dei progetti, sviluppano idee, mettono in atto strategie di crescita, di evoluzione, di formazione e di innovazione. L’impossibilità di operare sul mercato, la mancanza di liquidità e la deformazione artificiosa del contesto socioeconomico ha di fatto bloccato, sospeso, tali forze evolutive, con ritardi o preclusioni che richiederanno mesi o anni perché possano trovare nuove spinte vitali.

Non entro nel merito delle anomalie (pur numerose) degli strumenti come l’IPG Corona, L’ILR, il Ponte Covid, i Casi di rigore, ed altri, peraltro già evidenziate da numerose forze di categoria e singoli, ma vorrei riflettere su un punto fondamentale che riguarda il nostro futuro.

A cosa porterà tutto ciò?

Mi riferisco in particolare ai giovani, agli indipendenti, alle piccole imprese che spinti da un ideale di libertà hanno messo in pratica la loro idea imprenditoriale per perseguire il successo e l’indipendenza economica.

L’impossibilità di generare fatturato e l’inadeguatezza degli strumenti istituzionali per ovviare a tali lacune costringe a tirare la cinghia, a ridurre le spese non vitali, a resistere, per poter rispettare le incombenze fondamentali a cui ogni cittadino è chiamato. Mi riferisco alle tasse dirette e indirette, alle assicurazioni, ma anche alle spese fisse della propria attività che restano, nonostante il limbo indotto della sospensione.

Questa resistenza, tuttavia, soprattutto per i “piccoli” imprenditori e professionisti ha dei limiti fisiologici e sicuramente diversi da caso a caso, ma sono limiti oltre i quali si presenta un'unica via di uscita: abbandonare.

Abbandonare la propria iniziativa, i propri sogni, una prospettiva di indipendenza e di libertà costruita con anni di sacrifici, impegno e volontà.

L’unica via d’uscita è cercare di “rientrare” nel sistema trovando un posto di lavoro (qualunque esso sia) presso quelle aziende che prosperano, indipendentemente da pandemie, limitazioni di libertà dell’impresa o di altro genere.

L’unica via d’uscita è fondere le proprie competenze, il proprio know-how, la propria esperienza per metterla a disposizione delle grandi aziende, delle grandi agenzie e delle multinazionali, che ne faranno ciò che ritengono più opportuno, allineandole ad un unico credo: fare soldi.

In sostanza, l’effetto di tutto ciò si traduce in perdita della cultura imprenditoriale, perdita di creativi, artisti, artigiani, designer, grafici, programmatori, operatori culturali, allestitori, videomaker e molte altre figure professionali che contribuivano ognuno nel loro piccolo a plasmare il nostro tessuto socioeconomico e culturale.

Una preziosità a mio avviso fondamentale e unica, un tesoro da difendere.

*designer, indipendente, e vive a Curio (Malcantone). Ha più volte negli ultimi mesi contattato le Istituzioni a livello cantonale e federale perché vengano adattate le basi legali per gli strumenti di indennizzo agli indipendenti e alle PMI.

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