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Oltre L'economia
16.11.22 - 17:400
Aggiornamento: 21:10

Gehri non le manda a dire: "Non si mettano gli imprenditori alla gogna se fanno profitti"

Il presidente della Camera di Commercio nella sua relazione annuale ha parlato di un clima poco favorevole a chi fa impresa. "Non ci si rende conto di che cosa significa, dopo la pandemia, affrontare la situazione attuale"

BELLINZONA - Si è svolta lo scorso 14 ottobre a Bellinzona la 105esima Assemblea generale ordinaria della Camera di Commercio e Industria del Cantone Ticino (Cc-Ti). Il presidente Andrea Gehri, nel corso della relazione annuale, ha posto l’accento sul contesto di instabilità in cui operano le aziende, offrendo un’analisi puntuale e profonda e diversi spunti di riflessione e proposte concrete. Ripercorriamo qui di seguito i passaggi principali.

“Sappiamo bene che per l’economia, e per tutta la società, l’incertezza rappresenta uno dei nemici e dei veleni peggiori", rileva il Presidente, "perché impedisce alle aziende di pianificare, di investire, di creare nuovi posti di lavoro e non permette di progettare seriamente il proprio futuro”.

Instabilità che preoccupa la Cc-Ti e le imprese, perché minaccia di compromettere il tessuto produttivo, pregiudicando la crescita economica, sociale e occupazionale del Cantone, ma di cui il mondo politico non pare essere pienamente consapevole. Gehri parla di ”polarizzazione” della politica: “Innumerevoli promesse di ridistribuzione delle risorse finanziarie pubbliche vengono profuse senza domandarsi se esse siano sufficienti, ma soprattutto senza curarsi del fatto che queste risorse non sono infinite e che esse, prima di essere ridistribuite, vanno create. Senza curarsi di salvaguardare e migliorare le condizioni quadro che permettono alle aziende di continuare a generare la ricchezza di cui poi beneficia tutta la società, in termini di salari, impieghi, gettito fiscale, prestazioni sociali e aiuti alle fasce più deboli della popolazione. Ridistribuire la ricchezza, a suon di slogan e rivendicazioni, è molto più facile che produrla”.

Gehri sottolinea poi come sia la popolazione tutta a produrre la ricchezza della Nazione e del Cantone: “È l’economia che, con grande sacrificio, credibilità e senso di responsabilità sociale d’impresa, lavora quotidianamente per mantenere, creare impieghi e benessere nel territorio”.

“Ma" ammonisce il presidente, "l’economia non può essere trattata alla stregua di un bancomat, da cui prelevare senza riguardi, perché convinti che i soldi ci sono e ci saranno sempre. Un modo di procedere miope e pericoloso che mortifica lo spirito imprenditoriale, scoraggia le aziende già alle prese con un deteriorarsi delle condizioni quadro, che penalizza l’attività produttiva frenandone lo slancio competitivo. Non è una situazione rassicurante, soprattutto se si guarda ai vantaggi e alle opportunità che offrono altri Paesi, ma anche molti altri Cantoni, a chi vuole fare impresa. Nonostante un contesto generale di ingiustificata ostilità verso l’economia, nonostante i tempi incerti e difficili, le aziende svizzere e ticinesi in questi anni hanno dato prova di una concreta e invidiabile resilienza”.

La capacità di adattamento delle nostre imprese costituisce dunque una delle poche certezze che abbiamo. “Benché qualcuno per mero calcolo politico" rimarca la relazione presidenziale; "continui a mettere in dubbio il fatto che disponiamo di un tessuto economico cantonale sano, diversificato e solido”.

Secondo Gehri, si ignorano sistematicamente cifre, studi e dati oggettivi a supporto di ciò , per dare piuttosto spazio a polemiche sterili, a critiche strumentali, e persino alla sconsiderata esultanza di una certa politica quando qualche grande gruppo straniero lascia il Ticino. “Non ci si rende conto", rimarca ancora Gehri, "di cosa significhi per un imprenditore, dopo aver affrontato le restrizioni di due anni di pandemia che hanno destabilizzato il sistema produttivo, provocando gravi smagliature nella rete logistica internazionale e forti rincari delle materie prime, dover tenere testa ora anche ai devastanti contraccolpi della guerra in Ucraina: l’inasprirsi della crisi energetica, i prezzi insostenibili e altamente volatili di gas e petrolio, l’inflazione, i ritardi nelle forniture, le filiere produttive frammentate, i mercati sempre più condizionati alle tensioni geopolitiche. Non si vuol capire, o si fa finta di non capire, quanta tenacia, determinazione e senso di responsabilità siano necessari per continuare a fare impresa in tempi in cui non si sa più cosa può succedere dall’oggi al domani”.

La Cc-Ti è preoccupata per una certa mancanza di spirito costruttivo, per l’assenza di una reale volontà di affrontare seriamente le grandi emergenze del nostro tempo. Tanto più in una fase storica come questa, densa d’incognite e sfide impreviste che imporrebbe, invece, fronti compatti e unità d’intenti nell’interesse di tutto il Paese, pur nel rispetto delle diverse opinioni ed esigenze.

La grande sfida di oggi è l’approvvigionamento energetico perché esso investe trasversalmente tutti: l’economia, la società e le istituzioni. Su questa emergenza la Cc-Ti sta lavorando di concerto con le Aziende di distribuzione dell’energia in Ticino per sostenere i settori produttivi più in difficoltà. L’obiettivo comune è di trovare soluzioni pragmatiche che, senza intaccare le capacità d’investimento delle Aziende elettriche, indispensabili per l’innovazione tecnologica e la sicurezza e delle loro infrastrutture, possano comunque offrire un aiuto concreto alle imprese.

A tal proposito, il presidente Gehri sollecita un deciso intervento di Confederazione, Cantone e Comuni su due componenti chiave del prezzo dell’energia: le tasse e i tributi: “Sospendere temporaneamente il pagamento del contributo al fondo cantonale per la promozione delle energie rinnovabili, ad esempio, oppure della tassa d’uso sul demanio pubblico, consentirebbe di alleggerire le bollette di famiglie e imprese”.

Sul fronte degli Enti pubblici, proprietari di gran parte delle Aziende di distribuzione di energia, altrettanto significativa sarebbe la rinuncia alla distribuzione dei dividendi. “Per i Comuni ciò rappresenterebbe solo un piccolo sacrificio che testimonierebbe, però, la volontà di uscire tutti assieme da questa crisi. Si tratta di rinunciare ad incassare qualcosa oggi per non dover pagare un prezzo più alto domani con l’impoverimento del tessuto economico locale. Parafrasando il consigliere federale Guy Parmelin, che ha ricordato che ‘ogni kilowattora conta’, per le aziende e i cittadini  anche ‘ogni centesimo conta’. Di fronte ad una crisi che sta mettendo a dura prova la tenuta economica del Paese, che erode i redditi delle famiglie, è legittimo aspettarsi dallo Stato misure decise e tempestive”. 

E alle critiche mosse agli imprenditori di tornare a battere cassa dopo aver già ricevuto sostanziosi aiuti pubblici durante la pandemia, il Presidente fa notare come invece alle imprese non siano stati fatti regali. Pur riconoscendo l’importanza degli interventi di Confederazione e Cantone, non va, infatti, dimenticato che i crediti Covid sono soldi che vanno restituiti, che le indennità ricevute per il lavoro ridotto non sono altro che i contributi assicurativi pagati prima da datori di lavoro e dipendenti, che i risarcimenti per le chiusure forzate sono un tributo dovuto dallo Stato quando, per un motivo qualsiasi, esso proibisce un’attività assolutamente legale.

“Critiche prive di fondamento, ma che si scrivono in quella cultura di ostentata ostilità alle imprese e al profitto, di ideologica avversione alla ricchezza, ai ricchi o presunti tali, che oggi vuole rimettere in discussione anche le necessarie riforme fiscali già concordate e approvate dal popolo qualche anno fa. Mettere continuamente alla gogna gli imprenditori è da irresponsabili, realizzare degli utili non è un peccato mortale", ha ribadito il Presidente. "Poiché solo se ci sono degli utili si può investire nello sviluppo delle aziende, garantendo la loro competitività, i posti di lavoro, la formazione e il gettito fiscale. Ecco un aspetto fondamentale, ma sin troppo sottaciuto e sminuito, di quella responsabilità sociale delle imprese che in Ticino non è di certo inferiore agli altri Cantoni".

Tema questo su cui, peraltro, la Cc-Ti lavora alacremente da anni, creando da ultimo, in collaborazione col DFE e a proprie spese, nuovi e incisivi strumenti per incrementare le buone pratiche della CSR, sempre più importante per il territorio e i mercati internazionali. Ma la responsabilità sociale è di tutti, nessuno escluso; non la si può interpretare a senso unico. La responsabilità sociale non è un menù à la carte da cui scegliere ciò che più torna comodo, ma deve essere un principio, una linea di condotta che ci deve accompagnare tutti e sempre”.

Non si è mancato, infine, di ricordare l’importante lavoro della Cc-Ti a sostegno della crescita delle aziende e a beneficio del territorio e della popolazione: la vasta offerta di servizi e consulenze, l’organizzazione di molteplici eventi d’informazione e confronto sui temi economici di attualità, l’apertura e l’accompagnamento sui mercati esteri con un “servizio internazionale” che rappresenta un unicum a livello nazionale e un modello per le Camere degli altri Cantoni, la formazione continua con un centinaio di corsi annuali, i percorsi formativi di gestione aziendale, l’intenso rapporto con le Camere di commercio e dell’industria svizzere ed europee, fondamentale per sottolineare la realtà ticinese a livello nazionale e internazionale.

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