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Cronaca
23.01.23 - 16:010

“Chi beve ha il cervello piccolo”, così l’immunologa Viola scatena la diatriba sul vino. La replica dei virologi

In disaccordo Bassetti, Gismondo e Pregliasco, che “sbugiardano” la scienziata. Non senza un velo d’ironia…

La diatriba sul vino scatenata dall’immunologa Antonella Viola riflette l’ennesimo effetto collaterale della vicenda pandemica in Italia, durante la quale esperti di ogni genere, con o senza camice bianco, dispensavano consigli e direttive sulla nostra salute, assurgendo alle luci della ribalta quali oracoli infallibili della stessa, spesso con la complicità dell’informazione nazionale, e alimentando polemiche su vaccini e lockdown.

Di recente il vino è finito nell’occhio del ciclone a causa della decisione dell'Unione europea di approvare le etichette di monito sulle bottiglie che, come già avviene per le sigarette, avvertono che “se bevi ti ammali e muori”. La proposta è nata in Irlanda, dove l’alcolismo è diffuso al punto da essere endemico, ma avrà effetto su tutti i Paesi membri.

Proprio su questo tema è intervenuta nei giorni scorsi, sulle pagine de LaStampa, Antonella Viola, ricercatrice e docente di Patologia Generale presso l’Università di Padova, asserendo che “bere vino provoca danni tumorali e, di fatto, danneggia l'organismo” (con danni che sarebbero equiparabili a quelli dell’amianto) e che “chi beve vino ha il cervello più piccolo”. Non nel senso che è cretino, ma dal punto di vista organico, poiché "studi recenti hanno analizzato le componenti della struttura cerebrale - scrive la scienziata - dimostrando che uno o due bicchieri di vino a giorno possono alterarla". Non solo; Viola ha evidenziato inoltre che bere vino “favorisce l’insorgere di tumore al colon e alla mammella”, oltre a creare notoriamente danni epatici e ad alterare la digestione, raccomandando quindi come dose giusta di alcool un bello “Zero” tondo e di preferire al calice di vino un succo di pomodoro e una bella passeggiata in compagnia degli amici.  

Non sono dello stesso parere i virologi Bassetti, Pregliasco e Gismondo, secondo i quali Viola sbaglia nelle sue affermazioni, scatenando dunque una “battaglia del vino” a mezzo stampa.

Caustica è stata la replica di Matteo Bassetti, direttore del reparto Malattie infettive all’Ospedale San Martino di Genova, che si è fatto ironicamente fotografare con un calice di rosso e ha scritto sui suoi canali social: “Antonella Viola ha detto che il vino rimpicciolisce il cervello ed è paragonabile all’amianto per i suoi danni. Si è definita astemia anche se si concede un calice solo nei ristoranti stellati. Ha raggiunto livelli di scienza elevatissimi. Inarrivabili per chi ama il vino. Cin Cin!!”. Per la parte seria della risposta, ha ribattuto con queste parole: “Credo che sia giusto dire alle persone - ha scritto su Facebook - che non bisogna esagerare, che il vino può far male quando si usano delle grandi quantità. Non lo è altrettanto dire, in un Paese come il nostro dove siamo cresciuti in qualche modo con la cultura del vino, che il vino rimpicciolisce il cervello o che è come l’amianto o chissà quale altro tipo di sostanza cancerogena. Dire che bere con moderazione non dovrebbe causare problemi è molto importante. Anche perché ci sono numerosi studi scientifici che dimostrano che in alcuni setting piccole quantità di vino non solo non fanno male, ma possono addirittura far benefico. Il vino è molto diverso rispetto alle sigarette, perché le sigarette o altre sostanze anche in bassa quantità possono avere un effetto cancerogenetico. Il vino, evidentemente, con quantità minori, credo che non ce l’abbia”.

Non lascia spazio a ulteriori repliche la risposta di Maria Rita Gismondo, direttrice del Laboratorio di microbiologia clinica, virologia e diagnostica delle bioemergenze dell’Ospedale Sacco di Milano, che afferma drastica: “Ogni eccesso è assolutamente criticabile, che si tratti di bevande o di altre sostanze. Mi permetto di dire, però, che dovremmo lasciare questi commenti agli esperti di quel settore”.

Il virologo dell’Università Statale di Milano Fabrizio Pregliasco è convinto, come Bassetti, non solo che una modica quantità di vino non sia nociva, ma che possa essere addirittura benefica: “Il vino sicuramente rappresenta un rischio per la salute nel momento in cui lo si consuma in modo non congruo. Una demonizzazione totale non ha senso. Come sempre, è necessario praticare il buonsenso. Il resveratrolo presente nel vino rosso, ad esempio, ha un’azione positiva e immunostimolante. Ritengo sia giusto, invece, lanciare un messaggio sui superalcolici e su altri prodotti destinati ai giovani, fra i quali non prevale un’attenzione all’elemento qualità, ma che spesso puntano solo allo ‘sballo’”.

Dal canto loro, gli enologi, riunitisi nei giorni scorsi a Napoli su invito del loro presidente mondiale Riccardo Cotarella, hanno interpellato un gruppo di medici in merito alla “quantità intelligente” di vino da bere, per riscontrare benefici quali ad esempio aiutare a proteggere da alcune malattie cardiovascolari.

“Nel simposio - così Cotarella - è stato ribadito quanto sia importante uno stile di vita sano che trova la sua massima espressione nella famosa dieta mediterranea, patrimonio mondiale dell’Unesco, che prevede l’uso moderato di vino durante i pasti. Siamo sconcertati per le affermazioni dell’immunologa padovana, credo che serva senso di responsabilità prima di sentenziare su un tema tanto delicato, per non lasciare spazio a eventuali desideri di ingiustificato protagonismo”.

Ma da dove provengono i dati sul vino che danneggia il cervello? La fonte maggiormente collegata alle affermazioni dell’immunologa Viola risulta essere lo studio riportato dalla rivista Nature, effettuato nel Regno Unito su un campione di 36.678 persone di discendenza europea e di mezza età. Tale studio ha osservato il comportamento cerebrale in persone che bevono anche solo 1 o 2 bicchieri al giorno, documentando un arretramento della materia bianca e grigia a causa dell'assunzione di alcool, danno che aumenta in modo direttamente proporzionale all'aumentare delle dosi assunte. Lo studio però è prudente: usa la formula “could be”, vale a dire che l’assunzione di alcool potrebbe essere associata a danni.

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