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Oltre L'economia
22.06.22 - 14:310

Una società, molte fonti di approvvigionamento

L’allarme lanciato qualche settimana fa dalla Commissione federale dell’energia elettrica, non lascia spazio a dubbi: la guerra russo-ucraina ha destabilizzato ulteriormente il mercato dell’energia

Costi più alti e difficoltà nell’approvvigionamento. L’allarme lanciato qualche settimana fa da ElCom, la Commissione federale dell’energia elettrica, non lascia spazio a dubbi. La guerra russo-ucraina ha destabilizzato ulteriormente il mercato dell’energia, spingendo al rialzo il prezzo mondiale del petrolio e del gas. Un clima di pesante incertezza ha smorzato l’ottimismo nella tanto sperata ripresa economica nell’Europa del dopo pandemia.

Nel giro di pochi mesi si è passati dai proclami solenni contro i combustibili fossili alla corsa per il loro accaparramento, alimentandone l’escalation dei costi.

Per sostituire le forniture russe di gas e petrolio ci si deve rivolgere ad altri Stati retti, purtroppo, da governi instabili o da autocrati che non danno grandi garanzie di affidabilità sul medio e lungo termine. Una ricerca volutamente miope di nuove pericolose dipendenze, le cui possibili conseguenze si potranno valutare nella loro interezza solo in futuro.

Nonostante l’inevitabile “fame planetaria” di combustibili fossili, e l’emergenza che ne deriva, non sembra concedere tregua la “verde” corsa simultanea. Nel pieno della tempesta energetica l’Europarlamento ha deciso di porre fine alla vendita di auto a benzina e diesel nel 2035. I Verdi svizzeri, per non essere da meno, hanno annunciato un’iniziativa per mettere al bando i motori termici addirittura nel 2025. Un iper-attivismo ecologista che potrebbe avere effetti devastanti per l’economia e la società.

Eppure, l’attuale crisi energetica globale mostra chiaramente che il problema della transizione green, condiviso e condivisibile sul principio, dovrebbe venire affrontato con molto più pragmatismo.

Una scelta avventata

La decisione dell’Europarlamento deve ancora passare all’esame del Consiglio europeo e al vaglio degli Stati membri, e vogliamo pensare prevalga il buon senso. I costi di una scelta avventata si scaricheranno inevitabilmente sui ceti medi, sulle fasce a basso reddito e sulle imprese.

Persone e imprese che hanno adottato ormai da tempo, per quanto nelle proprie possibilità, priorità di sostenibilità non di poco conto. L’accusa d’indifferenza, spesso, non ascolta il grido d’emergenza.

Tra industria dell’automobile e indotto, ci sono in gioco, in tutta Europa, Svizzera compresa, centinaia di migliaia di posti di lavoro. Ma non solo. Oggi il 70% delle batterie necessarie alle auto elettriche arrivano dall’Asia. Da sola la Cina copre il 45% del mercato, mentre nel Vecchio Continente la produzione di questi accumulatori sta muovendo ora i primi passi, vista anche la forte dipendenza dall’estero per le relative materie necessarie. Pertanto, ancora per molto tempo non ci sarà una sufficiente autonomia strategica.

La rincorsa ossessiva all’elettrificazione automobilistica sembra non riconoscere il fatto che non è possibile sostituire dall’oggi al domani i combustibili fossili. Che anche accelerando all’inverosimile con le fonti rinnovabili, queste da sole non saranno in grado di produrre una quantità tale di elettricità in grado di muovere i trasporti, pubblici e privati, e di riscaldare tutti gli edifici, di fare fronte alle crescenti e, spesso legittime, richieste della nostra società. Inoltre, per lo stoccaggio di questa energia servirà un mastodontico, e costosissimo, piano di infrastrutture che non si può realizzare nel giro di pochi anni.

Realismo e fattibilità

Uno sguardo attento e lungimirante deve indirizzarsi verso le fonti rinnovabili e il loro sviluppo. Questo è innegabile e non a caso, stiamo spingendo intensamente e unitamente al Dipartimento cantonale del territorio, la diffusione di impianti fotovoltaici per le imprese che dispongono di grandi superfici su tetti e facciate.

Infatti, il mondo delle imprese per primo è convinto della necessità della tutela dell’ambiente. Non per nulla l’industria svizzera già nel 2020 ha ridotto le sue emissioni del 15%, rispetto al 1990, raggiungendo gli obiettivi climatici stabiliti. Negli altri settori si sono progressivamente implementate con successo misure per migliorare l’efficienza energetica e ridurre l’impatto delle attività produttive. C’è la consapevolezza che la crescita futura non può dipendere così fortemente dai combustibili fossili, che è necessario puntare su vettori alternativi.

Il passaggio all’energia verde non può però prescindere da un’analisi oggettiva e da un confronto serio, senza distorsioni ideologiche, su fattibilità, costi, efficienza, tempi ed effetti economico-sociali di una transizione che è molto più problematica di quanto non lasci intendere.

Diversificazione e complementarità

Il febbraio scorso uno studio del Laboratorio federale EMPA e dell’EPFL, il Politecnico federale di Losanna, ha dimostrato che è irrealistico pensare di coprire il fabbisogno energetico della Svizzera ricorrendo alle sole fonti rinnovabili. Smentendo, di fatto, anche la strategia del Consiglio federale che vorrebbe raggiungere per questa via la neutralità climatica entro la metà secolo.

Lo studio ha preso in considerazione tre scenari basati sul fotovoltaico (perché meno discontinuo dell’eolico) e sull’ipotesi della sostituzione del nucleare con la chiusura delle 4 centrali nucleari attualmente in funzione entro il 2050: totale elettrificazione del sistema energetico, dalla mobilità al riscaldamento degli edifici, uso dell’idrogeno e carburanti sintetici.

In tutte le tre varianti sarebbero necessarie una spropositata superficie solare pro capite, da 3 sino a 12 volte l’estensione dei tetti disponibili in Svizzera, e adeguate batterie di accumulo giorno-notte che, a dipendenza dello scenario, vanno da 26 kWh sino a 109 kWh a persona.

Nella variante dell’elettrificazione totale servirebbero per lo stoccaggio, estate-inverno, delle grandi centrali di pompaggio, l’equivalente cioè di tredici bacini dalle dimensioni della Grande Dixence nel Vallese, che con i suoi 285 metri è la diga più alta d’Europa. Non disponiamo di valli capaci di ospitare simili infrastrutture.

Per immagazzinare l’idrogeno si dovrebbero invece impiegare caverne pari a 25 volte il tunnel di base del San Gottardo.

Infine, per rifornire tutto il Paese con i carburanti sintetici da elettricità verde (che andrebbero comunque generosamente sussidiati perché costerebbero molto di più di quelli a combustione), il 4,5% della Svizzera dovrebbe essere ricoperto di cellule solari. Supportate con batterie di accumulo da 109 kWh pro capite. I costi energetici annui triplicherebbero: dagli attuali 3’000 a 9’600 franchi a persona.

In definitiva lo studio EMPA-EPFL è la dimostrazione scientifica che una strategia energetica vincente deve basarsi sulla diversificazione e la complementarità delle diverse fonti, nucleare compreso, solo così si riusciranno a raggiungere un buon livello di autonomia energetica, di sicurezza nell’approvvigionamento e un prezzo sostenibile.

E senza dimenticare che in futuro non si potrà fare a meno di una logistica energetica globale, per sfruttare le enormi potenzialità del fotovoltaico laddove la radiazione solare è così elevata da ridurre drasticamente i costi di produzione sia per l’idrogeno che per i combustibili sintetici.

Stando ai calcoli di ElCom, nel 2023 le aziende con un consumo annuo di 150mila chilowattora pagheranno 6’000 franchi in più (IVA esclusa); per una famiglia con un consumo medio di 4’500 chilowattora l’aumento sarà di circa 180 franchi all’anno. Secondo altri analisti, i rincari potrebbero essere molto più consistenti. Nuovi costi e sacrifici per famiglie e imprese.

Che sarà un “inverno da brivido”, sia per gli aumenti delle tariffe sia per la paura di non avere sufficiente energia per tutti, lo ha confermato la recente assemblea dell’Azienda elettrica ticinese. In Svizzera le riserve idriche, a causa della siccità, sono ai minimi storici, con volumi del 30% inferiori rispetto alla media pluriennale. L’Europa si ritrova invece ai livelli minimi con le riserve di gas. Insomma, per il nostro Paese che da 20 anni importa energia durante l’inverno, potrebbe diventare anche problematico un apporto dall’estero. Con le forniture russe che si ridurranno progressivamente e una costante crescita del fabbisogno energetico, gli Stati vicini non potranno garantire la condivisione delle risorse.

Come ha ricordato Giovanni Leonardi, Presidente di AET, abbiamo a che fare con un sistema elettrico che ha più di un secolo, ma dovremmo trasformarlo radicalmente nel giro di appena 25 anni per raggiungere la neutralità climatica nel 2050. Più che una transizione ecologica, che implica un processo graduale, ben ponderato e con esiti equi per tutti, si sta imponendo un cambio di paradigma troppo veloce e radicale per non creare pericolosi scompensi.

Purtroppo, la classe politica non pare ponderare con la necessaria cautela le conseguenze che la crisi energetica e i forti rincari avranno certamente per le famiglie e le imprese in termini di costi vivi e d’incertezza. Un “domino” di grande malessere.

È ormai più che un fondato timore, che gli effetti più gravi della guerra in Ucraina si debbano ancora manifestare nella loro complessità, che si stia sottovalutando, come è stato per l’inflazione, l’impatto di un conflitto che sta già ripensando i precedenti assetti geopolitici.

Con pesanti ripercussioni sui sistemi economici dei Paesi europei, che erano già in difficoltà per l’aumento delle materie prime e le strozzature nelle catene internazionali degli approvvigionamenti.

Un confronto deve essere serio

Non possiamo permetterci di escludere a priori una fonte d’energia che ha comunque un ruolo importante, cioè il nucleare.

Sarebbe oltremodo rischioso spegnere le nostre centrali nucleari entro il 2035, come si vorrebbe da più parti. Anche investendo massicciamente nelle energie rinnovabili non si riuscirebbe a compensare un ammanco di 22 miliardi di chilowattora di elettricità all’anno. Senza dimenticare l’opzione futura del nucleare di nuova generazione.

Una fonte complementare costante e affidabile, che è stata riconosciuta nella tassonomia verde dalla Commissione europea come una tecnologia pulita per la fase di transizione ecologica.

Svizzera e Germania sono stati gli unici Paesi a rinunciare al nucleare a cui invece si ricorre intensamente in molti altri Stati che stanno anche potenziando i loro impianti. Attualmente in tutto il mondo sono in attività 441 centrali nucleari, altre 171 sono in fase di costruzione o di progettazione, di cui una quarantina in Cina, 17 in Russia e 20 in India. Negli Usa, oltre a prolungare di una ventina d’anni l’esercizio degli attuali reattori, si sta investendo nel nucleare di quarta generazione. In Francia, che conta già 56 centrali nucleari, ne verranno realizzate altre 14, puntando soprattutto sugli “small modular reactors”, i mini reattori atomici più sicuri, meno costosi e realizzabili in tempi brevi.

Oltre che in Gran Bretagna e in Finlandia, persino nel Giappone di Fukushima si costruiscono nuove centrali, mentre da noi, proprio a seguito di quell’incidente vige il divieto di realizzarne di nuove. Ma distanza di 11 anni da quella tragedia, e tenuto conto dei grandi progressi tecnologici registrati nel frattempo in questo settore, sarebbe ragionevole rivedere la discussione sui rischi reali e sulle opportunità che offre oggi il nucleare. Come vettore complementare per un’energia pulita, sicura, potenzialmente inesauribile e a prezzo sostenibile. Per conciliare la difficoltà energetica del pianeta e la sostenibilità, sono del resto allo studio alternative sostenibili per lo sfruttamento veicolato delle “vecchie” fonti energetiche. In Svizzera una start-up sta sviluppando un nuovo tipo di reattore nucleare che utilizza il torio invece dell’uranio.

Un successo della linea “verde” e sostenibile per tutti deve ancora continuare a essere complementare.

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