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Cronaca
04.12.23 - 19:350

I Molinari, il venditore di rose e chi vive ai margini, tra "botte, violenze, soprusi" e "omertà"

I due agenti accusati di aver picchiato otto anni fa un ambulante pakistano sono stati assolti e il CSOA prende posizione: "Gli stranieri devono rimanere sottomessi e produttivi, se si ribellano si grida al pericolo pubblico"

LUGANO - Una vicenda infinita, a cui non è ancora stata scritta la parola definitiva. Otto anni fa, era il 2015, un venditore ambulante di rose denunciò due agenti della Polizia comunale di Lugano che lo avrebbero picchiato. Nei giorni scorsi i due erano stati assolti dal giudice della Pretura penale, Simone Quattropani, dalle accuse rispettivamente di abuso di autorità e lesioni semplici per uno e di abuso di autorità per l'altro.  L’avvocato dell'ambulante Nadir Guglielmoni e il procuratore generale Andrea Pagani hanno intenzione di ricorrere in appello, e anche i Molinari dicono la loro in una lunga presa di posizione, allargando il discorso a una sistematica violenza contro gli stranieri. 

In pratica, alla base dell'assoluzione ci sarebbe una mancanza di prove oggettive oltre che la confusione della presunta vittima, che si sarebbe contraddetto più volte. L'uomo sarebbe stato colpito in un locale delle FFS a Lugano a dicembre 2015, venendo raggiunto da due calci alla schiena e degli schiaffi in faccia, uno dei quali gli avrebbe provocato la rottura del timpano.

Nel loro lungo comunicato, i Molinari dubitano della importanza delle contraddizioni del venditore di rose a fronte di quanto accaduto e del silenzio dei vertici, che vengono accusati, come accaduto col Macello, di omertà. "È infatti davvero credibile la versione per la quale un ragazzo, che non conosceva quasi per niente la realtà locale, s’inventi d’essere stato menato a sangue da due poliziotti? Tanto che gli stessi poliziotti una volta riconosciuti in giro dal ragazzo risultano essere, guarda caso, proprio gli stessi che quella mattina erano di pattuglia nei pressi della stazione. E, altro caso, quella mattina, al cambio della stazione, veniva cambiata esattamente la somma poi sottratta. E addirittura i locali dove veniva picchiato, nonostante non ci fosse mai stato, venivano descritti perfettamente. Solo “casualità”? Fantasia? Invenzione? E se proprio, ma perché aspettare due anni prima d’interrogare i due agenti, lasciando loro tutto il tempo per mettersi d’accordo? E se non c’era niente da nascondere perché non fornire subito la geolocalizzazione della vettura ed evitare la minaccia di perquisizione della stessa polizia nei suoi stessi locali?".

Viene coinvolto, un po' come nel caso del Macello, tornato di attualità negli scorsi, giorni, il compianto sindaco di Lugano Borradori. "E che bisogno ha avuto Borradori d’intervenire nella discussione con una presa di posizione piena di luoghi comuni, infamate e razzismo, per scagionare i due?", si legge infatti. E ancora: "È lo stesso giudice a confermarlo (che i fatti non sono andati come dicono i due agenti, ndr), parlando di incompletezza del lavoro svolto, tra irregolarità e omissioni (candidamente ammesse pure dalla difesa) fino ad arrivare alla totale copertura dei vertici della polizia comunale (Torrente) e del municipio dell’allora sindaco Borradori. Vertici che 8 anni dopo si ripetono: prima ritardando e poi mettendo i sigilli ai verbali senza omissis degli incontri dello Stato Maggiore, di un altro dossier: quello dello sgombero e dell’abbattimento dell’ex macello. Un ripetersi omertoso in cui lo Stato pur di nascondere il proprio agire al di fuori della tanto decantata legalità, pratica senza remora alcuna l’occultazione di prove e documenti".

Il caso fa parte, per il CSOA, di un insieme di violenze ben più ampio e poco denunciato. "Queste sono prassi abituali – botte, violenze, soprusi - segnalate costantemente da chi vive ai margini, invisibile, senza nessuna “protezione”. Prassi che rimangono nel limbo, impunite e senza nessuna “giustizia”. Il caso Nzoy a Losanna ne è uno dei tristi esempi. E tra le stazioni di Chiasso e Lugano la lista è lunga di situazioni analoghe, anche alla luce del sole, operate dalla locale polizia". affermano. "E allora parlare di “giustizia” non è solo capire cosa sia successo in quel vuoto di tempo – del tutto sufficiente per prelevare una persona, portarla in una stanza, lontani da occhi indiscreti, levargli i soldi, insultarla, bastonarla a sangue e rimetterla su un treno – in cui la vettura è stata ferma in stazione. Parlare di giustizia vuol dire permettere di ricostruire una dignità. Vuol dire essere guardati e ascoltati. Vuol dire piangere di fronte ai carnefici. Vuol dire cambiare il punto di vista della storia, riferendosi a quella degli oppressi, delle sfruttate, dei colonizzati, dei dominati. Dove le lacrime che scorrono sono una sorta di purificazione del trauma. Non un segno di debolezza, ma linfa per scacciare la paura, la sottomissione, la vendetta, talvolta il passato".

"Quel “non è successo niente” non fa invece che confermare l’abituale narrazione del potere che nega razzismo strutturale e violenza sistemica. Narrazione che impone che “lo straniero” rimanga sottomesso. Produttivo e obbediente ma zitto e con la testa bassa. E se la testa si permette di rialzarla, scacciando la paura, affrontando pubblicamente gli agenti per le strade di Lugano come fatto dal venditore di rose o ribellandosi a condizioni di vita indegne come successo a Chiasso all’interno dei Centri, ecco che si grida allo scandalo, all’allarme insicurezza, al pericolo pubblico. Omettendo completamente che violenze e abusi di polizia ai danni di persone razializzate sono una prassi sistematica e ripetuta", prosegue la nota. 

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