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Economia
01.04.22 - 13:110

Il gas russo si paga in rubli. In Ticino il rischio è un aumento dei costi di produzione. Ed è allarme materie prime

Una interpellanza interpartitica chiede se ci sono aziende che rischiano di dover fermare la produzione. AITI spiega che la maggior parte ha contratti a lungo termine, ma Albertoni rende attenti sulla non reperibilità di alcuni materiali

BELLINZONA – Anche il Ticino è preoccupato per le forniture di gas e i suoi prezzi. La maggior parte delle aziende ha contratti di fornitura a lungo termine firmati tempo fa, quindi ha i costi bloccati. Ma poi? Se lo chiedono in molti, comprese la politica, AITI e aziende. Si può fare qualcosa? Mentre il presidente della commissione federale dell’energia elettrica (ElCom), Werner Luginbühl, afferma che in caso un’interruzione totale del gas russo, probabilmente non sarà possibile evitare il razionamento dell’energia e Putin impone il pagamento in rubli ai paesi ostili, il tema è dibattuto.

Putin: “O pagate in rubli o niente gas”

Vladimir Putin ha fatto la sua mossa: chi figura nella lista dei paesi ostili dovrà pagare la fornitura di gas in rubli, aprendo un conto in rubli nelle banche russe, da oggi. Dell’elenco fa parte anche la Svizzera.

I motivi? Salvaguardare il mercato russo, poiché “abbiamo fornito ai consumatori europei le nostre risorse, in questo caso il gas. Lo hanno ricevuto, ci hanno pagato in euro, che poi li hanno congelati. A questo proposito, vi sono tutte le ragioni per ritenere che abbiamo consegnato una parte del gas consegnato in Europa praticamente a titolo gratuito”, oltre al fatto che “in caso di ulteriori forniture di gas e del loro pagamento secondo lo schema tradizionale, potrebbero essere bloccate anche nuove entrate finanziarie in euro o dollari”.

“Il trasferimento dei pagamenti per le forniture di gas russo ai rubli russi è un passo importante verso il rafforzamento della nostra sovranità finanziaria ed economica”, afferma con decisione, e “rispettiamo e continueremo a rispettare gli obblighi previsti da tutti i contratti, compresi i contratti gas, continueremo a fornire gas nei volumi prescritti, voglio sottolinearlo, e ai prezzi specificati nei contratti a lungo termine esistenti”, in cui peraltro il gas viene fornito a prezzi minori rispetto alle attuali condizioni del mercato spot.

L’interpellanza interpartitica: “Ci sono aziende che rischiano la sospensione della produzione?”

Ci sono aziende in Ticino che "rischiano a breve termine di dover sospendere la produzione o che rischiano addirittura il fallimento a causa dell’esponenziale aumento dei prezzi energetici?”, chiedono in una interpellanza il popolare democratico Maurizio Agustoni (primo firmatario), il leghista Boris Bignasca, la liberale radicale Alessandra Gianella e il democentrista Sergio Morisoli. Viene chiesto se si pensa a aiuti, per esempio dei prestiti.

AITI: “I costi di produzione potrebbero salire del 10%”

Cosa ne pensa per contro AITI? La maggior parte delle aziende affiliati ha appunto contratti a lungo termine, quindi sino a fine anno o al 2023 in teoria non deve preoccuparsi. L’incognita è il dopo. Il 10% delle imprese si muove sul libero mercato e ha a che fare con prezzi otto volte superiori alla media. Peraltro, i costi erano già aumentati prima della guerra in Ucraina, nelle ultime settimane dopo l’impennata si sono un po’ stabilizzati, ma sono comunque parecchio più elevati rispetto a un anno fa.

La Svizzera dipende per il 7% dal gas russo, quindi meno rispetto a altre realtà europee. I costi di produzione però potrebbero in generale subire un amento del 10% e Modenini di AITI è preoccupato: “In queste realtà produttive, il rischio di una perdita di competitività per questioni energetiche è sicuramente presente. Vogliamo quindi capire quali sono i margini di intervento, senza escludere misure finanziarie, come è stato il caso durante la pandemia”.

Se ne discuterà prossimamente con Vitta, anche perché al momento da Berna non paiono intenzionati a prendere misure.

Attenzione anche alla mancanza di materie prime

Il direttore della Camera di commercio ticinese Luca Albertoni a La Regione mette l’accento su un altro enorme problema: la mancanza di alcune materie prime, come l’acciaio, prodotto soprattutto in Russia, Bielorussia e Ucraina, e il litio per le batterie o al palladio. Alcune aziende edili e artigianali si sono già dovute fermare, soffre anche il settore dell’orologeria.

Diversificare le importazioni, sia a livello di gas che di materie prime, è un processo lungo. Ma si potrebbe aver bisogno di aiuto economico prima, per salvaguardare i posti di lavoro. Una via potrebbe essere il lavoro ridotto.

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