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22.11.22 - 12:130
Aggiornamento: 19:48

Brenno Martignoni: Thomas Andrews, genio e coraggio del costruttore del Titanic 

Era a bordo della sua creazione al momento del tragico impatto contro un iceberg la notte tra il 14 e il 15 aprile 1912. Prodigatosi per salvare passeggeri ed equipaggio, il suo corpo non fu mai ritrovato

di Brenno Martignoni Polti

 

Thomas Andrews. Ingegnere. Irlandese. Costruttore del Titanic. Egli stesso a bordo. Nel viaggio inaugurale. Era nato il 7 febbraio 1873. Famiglia facoltosa. Nella fiorente industria del lino dell'Irlanda del Nord. Lo zio, Lord Pirrie, già nel navale. Da lì, a quanto sembra, la passione per i vascelli di lungo raggio. Debutta giovanissimo nei cantieri. Di notte, frequenta il Belfast College of Technology. Grazie a spiccati talenti, si fa strada quasi subito. Astro nascente. In un susseguirsi di prestigiosi incarichi. Vieppiù arditi. Nel 1907 l’idea di tre colossi. Mai visti. Più lussuosi e sicuri di sempre. Olympic, Britannic e Titanic. Della Classe Olympic. Thomas Andrews. Confermato progettista. Per White Star Line. Compagnia di punta britannica. Da fine Ottocento, specializzata nel traffico passeggeri. Sulle rotte Europa-America. Distintivi di flotta. Rigorosamente, la “-ic" finale, dei nomi. I fumaioli. Colore ocra. Nera, la parte superiore. I cantieri si aprono nel 1909. Fastuosi transatlantici. Enormi. Inno al progresso. In coda alla Belle Époque. Andrews, con l’abituale peculiare rigore professionale, ne seguì ogni dettaglio. Per blindare un risultato a regola d’arte. Nel frattempo, il 24 giugno 1908, aveva sposato Helen Reilly Barbour. Dall’unione, nel 1910, la figlia Elizabeth Law Barber Andrews. “Elba". Dalla somma delle sue iniziali. Un aneddoto. A riprova di quanto profondo fosse il proprio coinvolgimento. Thomas Andrews, nell’imminenza del parto, per una notte, fece sorvegliare il cantiere del Titanic alla moglie. Alla partenza, mercoledì 10 aprile 1912, è sulla sua creazione. Vuole viverla e osservarla dal di dentro. Nel vivo. Vegliandone il funzionamento. A registrare eventuali anomalie. Per potervi porre pronto rimedio. In prospettiva, di correttivi e di miglioramenti. Andandone orgogliosamente fiero. Tuttavia, al quarto giorno di navigazione, nella notte tra il 14 e il 15 aprile. Al largo di Terranova. L’irreparabile. L’impatto con un iceberg. Ancora lui. Thomas Andrews a lucidamente calcolare. Referente diretto del capitano Edward Smith. Dello spietato responso. Inevitabile affondamento. In due ore. Al massimo. Da brivido. I racconti dei momenti finali di Thomas Andrews sul Titanic, sono variegati. Tutti però collimano. In punto a lucidità. Generosità. Altruismo. Un incessante gran da fare verso il prossimo. Portando sostegno e cura. Sia all'equipaggio sia ai passeggeri. Fino, a eroicamente  organizzare, zattere di fortuna. Con lettini di legno. Lanciandoli in acque ghiacciate, riuscendo così ad aumentare possibilità di farcela. Le estreme testimonianze. Ad averlo visto febbrilmente muoversi. A tendere mani. Da prua a poppa. Distribuendo giubbotti. Ad aiutare fino all’ultimo. Più donne e bambini possibili. Prima di unirsi all’ irreversibile. All’infausto destino di altri millecinquecento. Come il capitano Smith, anche Andrews scelse così. Di stare con il suo gioiello. “È la nave più perfetta che dei cervelli umani possano aver costruito.” Fece però in tempo a consegnare le sue note ad un suo assistente. Sopravvissuto. Quelle preziose indicazioni vennero messe a frutto nell’ultimazione del Britannic. A rendere inaffondabile il secondo gemello del Titanic. Di Andrews rimangono accorate narrazioni. Sul gentile garbo. Il suo genio. L’esemplare coraggio. Aveva 39 anni. Compiuti.

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