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22.12.22 - 08:400

Brenno Martignoni: La storia di Audrey Hepburn, icona di stile senza tempo ed esempio di generosità

  Il 20 gennaio saranno trent’anni dalla scomparsa, avvenuta nel 1993 a Tolochenaz, sul lago di Ginevra. Al ritorno da un’ultima missione come ambasciatrice UNICEF, si è spenta senza clamore, con la discrezione che l’ha sempre contraddistinta

 di Brenno Martignoni Polti


Il prossimo 20 gennaio, saranno trent’anni. Dalla scomparsa. Nel 1993. A casa sua. Tra le montagne e il lago di Ginevra. A Tolochenaz. In Vallese. Dove è anche sepolta. Audrey Hepburn. Icona numero uno. Nel 1992, di ritorno da un viaggio benefico. In Somalia. Lamenta dolori allo stomaco. A Los Angeles. La diagnosi. Che non lascia scampo. Neoplasia al colon. Troppo tardi per essere curata. A causa delle sue condizioni, la Hepburn, non poteva tornare con normale volo di linea. Grazie a un caro amico. Hubert de Givenchy. Noto stilista. Poté rientrare in Svizzera con jet privato. Per l’occasione, l’uomo fece riempire di fiori la cabina. Quella fredda notte di gennaio, morì nel sonno. Aveva 63 anni. Le era accanto. Il compagno. Robert Wolser. Olandese, attore. Più giovane di lei di sette anni. Alea di mistero. Tra le vette e le nevi. Quasi a evocare “Sciarada”. Il thriller-commedia del 1963. Con Cary Grant. Lui, che in spontaneo sfogo, ebbe a dire. “L’unico regalo che desidero per Natale è un altro film con Audrey Hepburn!”. A inizio pellicola, Audrey è in montagna. Vestita come per una sfilata. Elegantissima. Di inimitabile classe. La scena ad alta quota più riuscita di sempre.  Vincitrice di due Oscar. Nel 1954, per “Vacanze romane”. Nel 1993, postumo, nella particolare categoria, umanitaria. Prima influencer della storia della moda e del fascino. Il suo vero nome. Audrey Kathleen Ruston. Nata a Bruxelles il 4 maggio 1929. La mamma, un’aristocratica. Il papà, un diplomatico. Cresciuta tra Belgio, Regno Unito e Paesi Bassi. Sotto il regime nazista. In piena seconda guerra mondiale. Ne subì ingiustizie e stenti. Acuiti dal divorzio dei genitori. Da ragazzina sognava di fare danza. Attorno il 1944, Audrey, ballerina lo era diventata, per d’avvero. Protagonista di rappresentazioni clandestine. Per la raccolta fondi a favore della resistenza. “Il miglior pubblico che io abbia mai avuto non faceva il minimo rumore alla fine dello spettacolo.” Passò anche al teatro. Arrivando al cinema. Lavorò, tra gli altri, con Billy Wilder, George Cukor e Blake Edwards. Inoltre, Gregory Peck, Humphrey Bogart, Gary Cooper, Rex Harrison, William Holden, Peter O’Toole. Sean Connery. Ha vissuto ad Amsterdam, Londra, New York, Hollywood, Parigi, Roma. Mariti. La star hollywoodiana Mel Ferrer. Lo psichiatra italiano Andrea Dotti. Due figli. Sean Ferrer, 1960. Dieci anni dopo. Luca Dotti, 1970. Fra gli amori sul set. Albert Finney. Ben Gazzarra. La sua dedizione autentica. Verso i bambini. In Africa e nei luoghi di sofferenza. La sua interpretazione di commiato. “Always”. Per sempre. Del 1989. Di Steven Spielberg. Il maestro la volle tutta in bianco, con lo chignon. Gli occhi che sorridono malinconici. L’estremo ruolo. Celestiale. Sempre lui, Steven Spielberg, all’epoca, sottolineò che, Audrey Hepburn, angelo, lo era già. Naturalmente. Lady Diana e tutte le celebrità molto impegnate discendono da lei. Negli anni settanta-ottanta, aveva vieppiù diradato le apparizioni sul grande schermo. Preferendo i veri affetti alle finzioni sceniche. Nel 1988, ambasciatrice ufficiale dell’UNICEF. In quella veste, avrebbe dovuto arrivare a Bellinzona. Onorando della sua presenza il Film Festival Ragazzi. Così non ha però voluto. Il destino.

 

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