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L'economia con Amalia
18.08.22 - 16:500

L'inflazione rallenta, tutto passato? "Non ancora"

L'economista Amalia Mirante: "Sarà solo il tempo a dirci se effettivamente l'inflazione ha raggiunto il suo picco"

*Di Amalia Mirante

Questa settimana la nostra sintesi dell'Economia con Amalia inizia con uno sguardo alla situazione internazionale. Come sempre è il tema dei prezzi e dell'inflazione che la fanno da padrona. Ne avevamo accennato qualche settimana fa e ora le statistiche lo confermano: in alcuni casi si registra un certo rallentamento nella corsa agli aumenti dei prezzi. Dove questo non accade, sembra quanto meno esserci una certa stabilità (senza dimenticare alcune eccezioni come la Norvegia che ha registrato il tasso di inflazione, +6.8%, più alto dal luglio 1998 o la Francia, +6.1% rispetto al 5.8% del mese precedente).

Tra i rallentamenti che hanno suscitato maggior entusiasmo c'è sicuramente quello degli Stati Uniti: l'indice dei prezzi al consumo è aumentato su base annua dell'39;8.5% (mentre le aspettative erano dell'39;8.7%), in discesa rispetto al 9.1% di giugno e soprattutto segnando una stabilità su base mensile (0%).

Detto semplicemente: i prezzi tra giugno e luglio non sono aumentati. Questo entusiasmo è emerso dal commento di molti analisti che hanno parlato di picco finalmente raggiunto e di ritorno indietro dei prezzi. Da parte nostra rimaniamo ancora prudenti, anche perché nonostante alcuni segnali incoraggianti come la riduzione dei prezzi dei prodotti agricoli, delle materie prime e dei prodotti energetici alcune difficoltà legate a una domanda troppo grande rispetto all'offerta e ai ritardi nelle catene di approvvigionamento non possono dirsi superate.

Detto ciò, gli analisti ora si aspettano un ripensamento della politica monetaria della banca centrale americana (FED): fino a qualche settimana fa avrebbero scommesso per un ulteriore aumento dei tassi di interesse (per rallentare la domanda dei consumatori e delle imprese) di 0.75 punti percentuali, mentre al momento si immaginano un incremento di 0.5 punti percentuali. Quindi una politica monetaria restrittiva più leggera. E chi a partire da sabato prossimo non dovrà più fare i conti con politiche monetarie e fiscali restrittive imposte dall'esterno è la Grecia.

Dal 20 agosto smetterà di essere soggetta alla "sorveglianza rafforzata". Lo ha confermato la Commissione europea qualche giorno fa dichiarando che la Grecia ha rispettato la maggior parte degli impegni politici assunti nei confronti dell' Unione Europea e che di fatto oggi i rischi di ricadute economiche sulla zona euro sono minimi. Ma facciamo un breve passo indietro. Era l'autunno del 2009 quando l'allora primo ministro greco George Papandreou confessava che i conti pubblici del Paese erano stati truccati per poter diventare membri dell'Unione Europea.

Nel corso degli anni si scoprirà che ciò fu possibile grazie anche all'intervento di grandi banche americane, tra cui Goldman Sachs e JP Morgan Chase, che costruirono il buco miliardario attraverso strumenti finanziari simili a quelli usati sul mercato immobiliare statunitense e che portarono alla crisi dei mutui subprime. Scoperto il dissesto finanziario, nessun creditore voleva più prestare soldi alla Grecia, nonostante gli elevatissimi tassi di interesse che si promettevano sui titoli di Stato. In quel momento l'Unione Europea era chiamata a prendere una decisione storica: lasciare fallire o salvare uno dei suoi paesi membri. Sembrano tempi molto lontani, eppure in quel periodo storico, le regole di bilancio e la loro osservanza erano uno dei punti non trattabili.

Così dopo mesi di negoziati, nel maggio del 2010 il Fondo Monetario, la Commissione europea e la Banca Centrale europea (la famosa troika) decisero di prestare 110 miliardi di euro in tre anni alla Grecia. In cambio, obbligarono la Grecia a politiche fiscali fortemente restrittive (austerità) con tagli pesantissimi alla spesa pubblica e aumenti di imposte e tasse. Nel corso degli anni la Grecia ha ricevuto quasi 275 miliardi di euro; in cambio ha dovuto rivedere totalmente le regole di gestione della sua nazione. Da quel momento sono stati molti i governi che si sono succeduti e il paese, ma soprattutto i suoi cittadini si sono fortemente impoveriti. A distanza di anni anche l'Unione Europea e il Fondo Monetario hanno riconosciuto gli errori commessi dalle politiche severe di austerità: forse anche per questo sono diventati molto più tolleranti nella gestione del debito pubblico. 

E speriamo che gli eventi accaduti nelle ultime settimane nel mondo delle criptovalute non richiedano l'ennesimo intervento pubblico. In particolare riportiamo la notizia del fallimento di Nuri, la criptobanca nata a Berlino nel 2015. Il suo fallimento coinvolge circa 500 mila clienti con patrimoni totali per 500 milioni di euro (ca. 480 milioni di franchi). Come ogni crollo anche questo può rifarsi a molte cause: la pandemia, la guerra in Ucraina, ma soprattutto il crollo di Terra-Luna (criptovaluta di cui abbiamo parlato qualche mese fa) e il conseguente fallimento di Celsius, una banca cripto fondata nel
2017 con sede nel New Jersey. Conosciamo molto bene l'effetto domino che può avvenire in questi casi. E non per niente qualche giorno dopo abbiamo scoperto che la New Financial Technology, società italiana di criptovalute che prometteva un
rendimento mensile del 10% a partire da investimenti di "soli" 10 mila euro (circa 9'700 franchi), ha smesso di pagare i dividendi.

Al momento pare che i due soci fondatori abbiano fatto sparire 100 milioni di euro (circa 97 milioni di franchi) dei loro clienti. Non si è ancora certi, ma sembrerebbe una truffa basata sullo schema Ponzi: i soldi versati dai nuovi arrivati servivano a pagare i rendimenti di coloro che erano già attivi senza che esistessero investimenti reali che portavano a un rendimento. Il classico schema piramidale che consentì a Bernie Madoff di divenire miliardario e che però gli costò anche una condanna a 150 anni di reclusione (qui un articolo scritto qualche tempo fa). La lezione da trarre è sempre la stessa: non è possibile pensare di guadagnare tanto "solo"grazie al trascorrere del tempo.

E sarà solo il tempo a dirci se effettivamente l'inflazione ha raggiunto il suo picco. Nell'articolo pubblicato questa settimana "L'inflazione rallenta: tutto passato? Non ancora"; abbiamo spiegato alcuni termini ricorrenti quando si parla di inflazione e abbiamo parlato del suo rallentamento e delle possibili reazioni da parte delle banche centrali.

*Economista

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